Il termine latino e’ mutuato da Catullo per indicare un  componimento “leggero”, quindi senza alcuna pretesa didattica, ma esprime bene il voler rendere partecipe altri di alcune impressioni e sensazioni dell’Autore.
Impressioni e sensazioni che vengono qui prevalentemente espresse per immagini, ritenendo questo il metodo più adeguato per una materia che fa dell’immagine una componente fondamentale dell’iter diagnostico e terapeutico.
Immagini in movimento , quindi più aderenti possibili alla realtà dell’osservazione, o immagini statiche, fermate ad evidenziare un particolare che dovrebbe rappresentare la sintesi di una patologia.
E tra le immagini alcuni “appunti” ; come la maggior parte degli appunti molto personali, quindi probabilmente non sempre universalmente condivisibili, ma, comunque, sempre rivolti a semplificare un universo di immagini che spesso siamo costretti ad osservare come “copia” delle immagini del mondo reale come nel mito della caverna di Platone.

Philip Knapp

“Mi ha insegnato a vedere  cose che altri non riescono a vedere e a pensare cose che altri non riescono a pensare”

knapp

Niki & Tati

tatiniki

  • Marco Gabrielli

  • Alessandro Bartolomei

  • Saverio Caggiati

  • Anna Maria Catanese

  • Massimo Mammone

  • Eduardo Pecora

  • Monica Zecchini

  • Lucia Russo

Se hai qualche minuto e non sai come spenderlo prova a leggere questo breve racconto; lì potresti trovare risposta a molti tuoi interrogativi.

Racconto breve

Sono soltanto 12 i chilometri che separano la citta’ di Pilo dal Borgo di Roccaspina dove abito, ma quei pochi chilometri separano due mondi del tutto diversi.
Da una parte la citta’ con i suoi rituali, dall’altra la campagna con l’imprevedibilita’ di un daino che ti attraversa la strada o di una lepre che, cambiando ripetutamente direzione, ingaggia una corsa, all’alba, quando i fari della tua auto illuminano un breve tratto di sterrato.
Proprio quegli ultimi chilometri di strada bianca
costituiscono un confine, quasi una barriera doganale, che invita a “dichiarare” tutte le ansie accumulate al termine della giornata.
Malgrado percorressi quel tratto di strada da molti anni, ogni volta provavo una sensazioni di appartenenza ad una comunita’ allargata alle diverse specie che abitano quel territorio: alla lepre, al cinghiale, alla volpe, al falco, al gufo, al gatto, all’istrice.

Era uno splendido pomeriggio di settembre, e i cipressi, su per la strada che conduce al piccolo borgo, in cima alla collina, erano schierati ad osservare lo splendido spettacolo del tramonto che tutte le sere andava in scena su quelle colline del chianti.
Qualche giorno prima avevo ricevuto una e mail con la quale un certo sig G mi chiedeva un incontro ;
ero incuriosito ma nello stesso tempo provavo un certo disagio per quella richiesta cosi’ inusuale.
Aprii il cancello e mi avviai lungo il sentiero che conduceva nell’ingresso principale, non senza aver notato che trapezio, il mio cane, non abbaiava, come invece faceva sempre, in presenza di un estraneo nel perimetro dell’abitazione.
Percorsi in fretta gli ultimi metri, prima di giungere nell’ampio giardino sul quale si apriva a semicerchio la corte.
La vista non era mai banale, soprattutto in quell’ora in cui il sole si avviava a scomparire dietro il monte Maggio.
Per un attimo rimasi colpito da quella luce radente e istintivamente alzai la mano aperta, come a schermarmi.
Negli ultimi tempi la fotofobia di cui soffrivo era peggiorata e il blefarospasmo mi creava grosse difficolta’ visive; lasciai’ quindi che i miei occhi si adattassero alle nuove condizioni di luce, e gradualmente, orientai lo sguardo verso quell’enorme vecchio gelso, all’ombra del quale, nei mesi estivi, ero solito leggere i giornali del mattino.
Sotto il gelso era seduto un uomo che, appena mi vide alzo’ la mano in segno di saluto.
Man mano che mi avvicinavo riuscivo a distinguere meglio l’aspetto del sig.G: indossava una camicia bianca di lino, gualcita sulle maniche che erano ripiegate all’altezza dell’avambraccio.
I pantaloni di colore blu erano sostenuti da una cintura intrecciata di cuoio, dello stesso colore dei mocassini.
Il sig G si alzo’ lentamente, aiutandosi con il suo bastone, dalla panca sotto il gelso, e togliendosi il panama in segno di saluto, accenno’ un lieve inchino. La folta capigliatura bianca incorniciava un volto esile, ma segnato da una contrattura esagerata dei muscoli mimici.
Buona sera Andrea esordi’ il sig.G tendendo la mano in segno di saluto. Splendido tramonto, splendidi colori; questo e’ davvero un luogo incantevole.
La pace che trasmette questo posto non ha paragoni
E’ vero risposi , sebbene io viva qui da molti anni, ogni giorno sono affascinato da questo paesaggio.
E’ da tempo che desideravo incontrarti disse il sig G prendendo il mio braccio e conducendomi a sedere sulla panca, sotto il gelso.
Se non l’ho fatto prima e’ perche’ mi e’ mancato il tempo, o forse perche’ ho pensato che fosse ancora presto; ma ora mi pare sia giunto il tempo di conoscere la tua opinione su di un argomento che mi sta molto a cuore e a cui non ho ancora trovato una risposta.
Cos’e’ che rende indelebile un episodio nella mente di una persona?
Ti chiedo, almeno questa sera, di rispondermi togliendo quell’elmo con la celata abbassata che indossi quasi sempre.
Non sei in battaglia, tu che non hai mai amato combattere, ne’ tantomeno, sei il guerriero descritto da Nietzsche, che in tempo di pace combatte contro se stesso.
Esci per una volta dal tuo aristocratico silenzio.
Per me il silenzio e’ ascolto lo interruppi, ascolto di cio’ che di solito e’ coperto dal chiasso della superficialita’.
Il silenzio ti permette di ascoltare il respiro della natura.
Il silenzio e’ dialogo con te stesso, e’ pace, e’ preghiera, e’ contemplazione; non a caso il silenzio e’ la regola di molti ordini monastici sia in oriente che in occidente; e’ mezzo, ma anche fine; e’ un esercizio da coltivare, ma non deve mai diventare rifiuto del dialogo.
Il silenzio deve eliminare i rumori, ma conservare i suoni.
Sono d’accordo mi interruppe il sig. G ,non sempre il silenzio e’ assenso, soprattutto per chi, come te, e’ abituato a cantare fuori dal coro; per te che alla parola rivoluzione attribuisci il significato di movimento dei pianeti intorno al sole, piuttosto che le rivendicazioni della classe operaia.
Quale delle tue due anime mi mostrerai stasera ?
quella di un giovane professore che diserta una riunione di lavoro per assistere ad un concerto jazz o quella di un abitudinario cinquantenne che si compiace a leggere i versi di Catullo, quegli stessi versi che quella compagna bruttina del liceo proponeva senza successo a me annoiato compagno di banco.
Soltanto molti anni dopo, l’infinito di Leopardi sarebbe diventato per me immenso.
Spesso nella natura delle persone convivono nature opposte.
Si puo’ parlare di incoerenza di comportamento ?
domando’ il sig.G
Non necessariamente risposi, purche’ il comportamento sia in sintonia con cio’ che senti in quel momento ; cio’ non esclude che in altre circostanze, di tempo e di luogo, la tua risposta possa essere differente, senza per questo risultare priva di coerenza.

Mentre si il sole si avvicinava alla linea dell’orizzonte, l’ombra del gelso si allungava lentamente sul prato prospiciente la casa, rendendo piu’ evidenti le profonde rughe che segnavano il tronco della pianta.
Quelle rughe conferivano al gelso l’aspetto quasi antropomorfo di un vecchio saggio, talvolta severo, talvolta giocoso, che, tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, offriva more bianche di straordinaria dolcezza
ai bimbi che gli saltellavano intorno, in improvvisati girotondo.
Talvolta il soffiare del vento tra i suoi rami sembrava ricordare quel tempo in cui i contadini, al tempo della mietitura, cercavano riparo alla sua ombra nei caldi meriggi d’estate.
Altre volte la vecchia pianta sembrava assecondare racconti fiabeschi di terribili pirati che usavano il suo tronco cavo per nascondere oro e diamanti.
Altre volte il vecchio gelso sembrava ascoltare incuriosito quella favola che tante volte, seduto all’ombra , raccontavo al piccolo Luca.
La favola narrava di uomini con la testa ruotata indietro, il cui sguardo era sempre rivolto al passato, mai al presente e tantomeno al futuro; quegli uomini abitavano in una citta’ in perenne guerra con una vicina citta’ dove vivevano un gran numero di artisti e scienziati
Nessuno sa che fine hanno fatto quegli uomini con il capo ruotato, ma qualcuno riferisce di averli visti salire su dei cavalli in corsa in cerca di una spada che, secondo le profezie, avrebbe rotto l’incantesimo.
Un’altra favola raccontava di due bambini, Alice e Simone, fratello e sorella, che abitavano in un lontano paese, sempre coperto di neve, in una povera casa di campagna, insieme con altri sette fratelli
Un giorno Alice e Simone si recarono nel bosco vicino casa per raccogliere un po’ di legna da ardere nel camino
Malgrado conoscessero bene quel bosco, inizio’ a nevicare tanto copiosamente che le loro impronte furono ben presto cancellate e i due bambini non riuscirono piu’a ritrovare la strada di casa.
Camminarono per diverse ore: faceva molto freddo e le prime ombre della sera rendevano quel bosco ancora piu’ oscuro.
Ad un tratto udirono , in lontananza, il suono di una armonica e, seguendo quella musica, ai loro occhi apparve una grande casa con le finestre illuminate.
All’abbaiare di un cane la musica cesso’ ; si apri’ una porta e sull’uscio comparve un uomo che non si mostro’ affatto meravigliato di quell’incontro, anzi accolse Alice e Simone con un sorriso.
Benvenuti, finalmente, era da tempo che vi aspettavo – disse l’uomo ; entrate , e’ molto freddo e rischiate di raffreddarvi.
I due bambini si ritrovarano in una grande sala con un enorme camino nel quale bruciavano dei grossi ceppi di quercia.
La tavola era imbandita di tante ghiottonerie che i due fratelli non avevano mai visto nella loro povera casa.
Passarono i giorni e Alice e Simone trovarono sempre piu’in quella casa l’affetto che non avevano potuto avere nella loro famiglia di origine.
L’uomo che li aveva accolti in quella fredda sera d’inverno, si rivelo’, negli anni, un padre premuroso e indulgente.
Oggi quell’uomo non c’e’ piu’, ma certamente restera’ sempre nel cuore di Alice e di Simone.

Alla fine di ogni narrazione un “racconta ancora papa’” introduceva un’altra favola, e poi ancora un’altra, e un’altra ancora fino a quando Luca si addormentava ed i personaggi di quelle fiabe si congedavano, senza far rumore, per non svegliarlo.
Quel “racconta ancora papa’” e’ oggi diventato “un racconta ancora nonno”

Ma non voglio sottrarmi a quanto mi hai chiesto.
Probabilmente ti deludero’, ma desidero raccontarti alcuni episodi che possono rispondere alla tua domanda.

Sono ricordi di un amico a cui Cleo, Lachesi e Atropo hanno deciso di negare i piaceri della vecchiaia, tagliando quell’esile filo su cui e’ appeso il respiro.
Ah le malefiche parche!!!
come avrei potuto mai immaginare, Raffaello, di vederti dormire in quella scatola di ciliegio, tu che amavi gli spazi aperti e il profumo del gelsomino. Ma non temere, perche’ il tuo cuore pesera’ meno di una piuma al cospetto dei severi giudici delle anime. Forse troverai anche il modo di imitarne il fiero cipiglio, e qualcuno di loro sara’ sorpreso a sorridere delle tue gegs
,.
E mi torneranno in mente le serate trascorse insieme, a parlare di arte con un buon bicchiere di vino;
talvolta potra’ accadere che nei tuoi quadri si materializzino, per un’ultima grande sfilata, le tue algide figure femminili, avvolte nei drappeggi barocchi che tanto amavi.
Come non ricordare la tua cura per le piante di peperoncino, legame forte con la tua terra natale.
Arrivera’ davvero compare Ciccio, evocato per burla, quale deus ex machina, per risolvere le questioni piu complicate?
Certamente era per te impossibile confrontarsi con un mondo che fa della competizione portata all’estremo, l’essenza malata dell’esistere; quello non era e non sarebbe mai stato il tuo mondo.
Non dovrai piu’ giustificarti per un veniale ritardo ad una riunione di lavoro, e i personaggi dei tuoi quadri non avranno piu’ il volto coperto da caschi impenetrabili,
ma mostreranno una serenita’ nello sguardo
impossibile da immaginare da questa parte del fiume.
Forse non sai, caro amico, che in quella piccola chiesa dove piangemmo la tua scomparsa, un anno dopo, il cero si e’ acceso per un battesimo.
Quel neonato che segnai con la croce fu per me un riappropriarmi di una emozione mancata tanti anni prima, per un altro battesimo.
Si entra e si esce dalla vita attraversando la stessa soglia, con il vestito nuovo, con i fiori sull’altare, con il cero acceso ed il profumo di incenso.

Il sole ormai era quasi scomparso, ma la luce radente degli ultimi raggi esaltava il colore dei vigneti distesi sulla collina, come se le piante, prima di denudarsi, maliziosamente, facessero a gara nell’ indossare gli abiti con le sfumature piu’ cangianti del giallo e del rosso.
Quanti significati e quanti messaggi trasmette un colore!:
e’ l’appartenenza ad un gruppo, ad un club, ad una associazione, ad una confraternita;
e’ una bandiera per la quale, ancora oggi, si combatte e si muore;
e’ un fazzoletto agitato in una piazza due volte l’anno;
e’ il berretto di una matricola nell’universita’;
e’ una casacca sportiva che entusiasma e unisce padre e figlio;
e’ la pelle che ancora oggi discrimina;
e’ il rosso di pericolo, o il verde di “ora puoi”;
e’ l’ arancio di un tramonto pieno di promesse o di una alba piena di speranze;
e’ il nero della morte;
e’ il bianco della purezza.

Il sig.G si infilo’ la giacca per proteggersi dalla brezza che, a quell’ora, accarezzava le colline.
Mi alzai e mi diressi verso la cantina .
Ritornai dopo qualche minuto con una bordolese: riempii un bicchiere per il mio ospite ed uno per me, e i bicchieri si toccarono in un gesto beneaugurante
ottima annata il 2005
osservo’ il sig G che dimostrava essere buon conoscitore di vini
E’ certamente la mia preferita risposi

Per rispondere in maniera adeguata alla tua domanda ti raccontero’ episodi molto diversi tra loro che hanno un comune denominatore nella capacita’ di indurre emozioni

Come ogni anno, all’approssimarsi dell’autunno, le rondini erano migrate verso mete piu’ calde.
Come ogni anno, per alcuni tra i piu’ giovani della nidiata, accadeva che quel volo a lungo preparato fosse sorretto da ali ancora troppo deboli.
Cosi’ la morte di un piccolo uccello puo’ indirizzare la riflessione sulla selezione operata dalla natura e sul destino finale che riguarda tutte le forme di vita.
Poco importa se si ritorna alla terra o ci si affida alla corrente di un fiume o alle onde del mare; per tutti il passaggio e’ paura.
Ed e’ troppo facile dirla con Epicuro che quando sei vivo la morte non c’e, e quando la morte c’e tu non ci sei piu’. E’ forse soltanto un problema di incontri mancati?
La paura di ciascuno e’ quella di conoscere la data della propia fine; anche se quella data fosse molto lontana, lo sguardo carico di ansia in un calendario, ci ricorderebbe, ogni giorno, cio’ che vogliamo ignorare.
Non mi crederai se ti rivelo che esiste un sito su internet dove puoi calcolare la data della tua morte.
Per fortuna a nessuno e’ concesso conoscere la verita’ ; cosi’ tutti vivono con l’idea che la morte non esista, o quantomeno che riguardi gli altri.
Soltanto in alcune comunita’ monastiche vige ancora l’obbligo di ricordare quotidianamente ai propri fratelli la fine che riguarda tutti. Quel “ricordati che devi morire” non e’ un lugubre augurio ma un ammonimento a ricordare il destino che accomuna tutti gli esseri viventi
La verita’ osservo’ il sig.G e’ che l’uomo rifiuta l’idea che tutto finisca con la morte e questo spiega perche’ ognuno di noi desideri lasciare un segno di quello che e’ il nostro passaggio sulla terra ; e cosa altro potrebbe essere se non il desiderio di procreazione innato in ogni essere vivente ?

Rotolo era un grosso gatto a chiazze bianche e nere.
Era un sabato di autunno e tutta la vallata risuonava delle doppiette e del latrare dei cani , lanciati da feroci figure mimetiche, a stanare piume ferite e carni tremanti.
Quella sera Rotolo non torno’ a casa.
Torno’ il mattino seguente, con una
andatura malferma, come se avesse difficolta’ a riconoscere
luoghi che avrebbero dovuto essergli familiari.
Non fu difficile accorgersi che dei pallini da caccia gli avevano perforato entrambi gli occhi.
Rotolo rimase disteso, immobile per tre giorni, senza assumere cibo; poi riprese lentamente a muoversi allargando giorno dopo giorno il perimetro della sua esplorazione e riappropiandosi del suo territorio.
Qualche tempo dopo, una mattina, trovai, sull’uscio di casa, un piccolo uccello che rotolo era riuscito a catturare:
era la migliore certificazione della sua voglia di vivere;
il messaggio e’ che, la vita, al di la’ di ogni menomazione, merita, comunque, di essere vissuta.
Rotolo visse ancora quattro anni, riuscendo a cacciare, malgrado fosse cieco in entrambi gli occhi.

Era la prima volta che mi recavo a new york le torri di Manhattan illuminate disegnavano uno skyline irripetibile
40 minuti la percorrenza tra l’aereoporto jfk e la 42 street
Gli anni in cui “scoprii “ l’america furono senza dubbio anni irripetibili ; la borsa di studio assegnatami dalla facolta’ di medicina nell’universita’ di siena, mi permise di approfondire i miei studi presso la columbia university di new york, una delle piu’ prestigiose universita’ americane.
Mi permise anche di conoscere un modello di vita abbastanza diverso da quello a cui ero abituato.
L’unita’ di quella nazione, e’nello spirito di accomuna il petroliere texano con il figlio dei fiori di san francisco
Due simboli dell’ america? :
c’e’ posto per tutti sotto le stelle e striscie.
Il tanksgiving.nasce come festa religiosa ma oggi e’ senza dubbio secolare: tutta la nazione si ferma e qualsiasi evento che cade nel mese di novembre e’ riferito come “prima o dopo il tanksginving”
il tacchino e’ l’ospite gradito a tavola

Nel week end la citta’ si sveglia pigramente;in giro si vede poca gente; qualcuno corre in central park; il traffico e’ scarso e scorrevole soprattutto a Broadway, dove il popolo degli eleganti frequentatori dei teatri, lascia il posto a gruppi di turisti spesso non ancora assuefatti al diverso fuso orario; dagli sfiatatoi sulla strada viene fuori il catarrale respiro della metropolitana.
La mattina era limpida come puo’ essere una luminosa giornata di fine novembre.
Uscii dal Novotel di Broadway, e mi diressi verso le torri gemelle, nel lato sud di Manhattan.
L’ascensore guadagno’ progressivamente velocita’ e la sensazione fu quella di essere letteralmente sparato verso l’ alto; poi, mentre la velocita’ progressivamente si riduceva, un suono bifasico precedette l’apertura delle porte.
L’ osservatorio era un ampio anello circolare con enormi vetrate su 360 gradi ; su ciascuno dei punti cardinali era collocato un cannocchiale.
La giornata era limpida e lo sguardo spaziava oltre Manhattan fino a Queens, Brooklin e, piu’ lontano, Long Island.
Nell’osservatorio non c’era molta gente a quell’ora del mattino festivo, fatta eccezione di una scolaresca, identificabile dai colori delle giacche.
Avevo abbondantemente saziato la mia fame di immagini e stavo per abbandonare la mia postazione, quando fui incuriosito da tre persone che erano rivolte ad osservare il lato nord di Manhattan: si tenevano per mano ed erano perfettamente immobili.
Trascorsero alcuni minuti prima che, lentamente e, quasi in sincronia, abbandonando la loro postazione, si rivolgessero nella mia direzione.
Avevano occhiali scuri e ciascuno si accompagnava con un bastone bianco orientato a sondare lo spazio davanti a loro;
il ticchettio del bastone sul pavimento li accompagno’ fino all’ ascensore dentro il quale svanirono.
Anni dopo, un 11 settembre, capii che quei tre guys erano stati privati di qualcosa non meno importante della vista: erano stati privati di un’emozione.

Carla aveva 31 anni, era di Roma, da otto anni era hostess alitalia.
Il volo era un roma – new york.
Al check in avevo chiesto, come ero solito fare, il posto 44 C.
Il 44 C sui boing 747era in corrispondenza di una delle uscite laterali ed, essendo il primo posto della fila, consentiva di avere maggiore spazio e liberta’ di movimento.
Carla si dimostro’ incuriosita e divertita dalla mia scelta.
Un matrimonio fallito, un figlio adolescente, la prospettiva imminente di passare ai servizi a terra e a ritmi di lavoro meno stressante, furono gli argomenti di cui mi parlo’ nelle sue brevi pause del suo lavoro, durante il volo.
Ormai prossimi all’atterraggio ci scambiammo il numero di telefono.
Nessuno dei due utilizzo’ quel numero.
Nell’autunno dello stesso anno volai di nuovo a new york e scelsi ancora lo stesso posto.
Poco dopo il decollo mi fu servita una coppa di champagne: sul vassoio un biglietto recitava
“Buon viaggio 44c”
Carla si affaccio’ dalla top class e mi sorrise.
Non rividi piu’ Carla ma ogni volta che volo su un 747 spero che forse un giorno o l’altro mi verra’ ancora offerta una coppa di champagne.

Il suono del telefono mi costrinse ad entrare a casa.
Al mio ritorno, con stupore, non ritrovai il sig.G ; mi guardai intorno, finche’ lo sguardo cadde su di un foglio che l’ospite aveva lasciato sul tavolo accanto alla bottiglia del vino.
“Grazie per la magnifica serata, ti aspetto domani all’imbarco del traghetto”.
Per quanto mi sforzassi di ricordare, in quel posto non era mai esistito uno specchio d’acqua, ne’ tanto meno un imbarco per traghetti.
Nonostante cio’, decisi di rimandare al giorno successivo l’interpretazione di quello strano messaggio.
Bevvi l’ultimo sorso di vino e mi avviai lentamente verso casa.
Era tardi: chiusi la porta e provai quella piacevole sensazione di calore che si prova, ai primi freddi autunnali, nel rientrare a casa.
Nel camino ardeva un grosso ceppo di legna;
fui preso da una strana inquietudine.
Tardai’ a prender sonno e molte volte, durante la notte,mi sveglai’ in preda a strani incubi.
Mi alzai’all’alba:fuori la nebbia riempiva completamente la vallata, tanto da lasciare scoperte soltanto l’apice delle colline.
Decisi comunque di uscire di casa; pensai mi avrebbe giovato fare una passeggiata in quei sentieri che, malgrado la nebbia, conoscevo bene.
Scelsi un viottolo che si inoltrava in una macchia di lecci che, sebbene non fosse distante dalla mia abitazione, non avevo mai avuto modo di esplorare.
Man mano che procedevo la vegetazione si faceva piu’ fitta, e sul terreno si potevano riconoscere impronte riferibili ad una famiglia di cinghiali, numerosi in quel territorio.
Era gia’ piu’ di un’ora che camminavo, e, malgrado la macchia non fosse non molto estesa, non riuscivo a intravederne l’uscita.
Ad un tratto la mia attenzione fu catturata da un cartello che indicava la direzione verso un imbarco di traghetti .
Il cartello presentava, come d’altronde ogni altra indicazione in quel territorio infestato da cacciatori, l’impronta lasciata da una rosa di pallini da caccia.
non avevo mai visto quel cartello ne’ tantomeno ero a conoscenza che in quel luogo vi fosse un molo per imbarcazioni di qualunque tipo.
La prima cosa che mi venne in mente fu che quel cartello fosse stato collocato li’ da qualche cacciatore in vena di scherzi.
Piu’ stupito che incuriosito, decisi comunque di seguire quella indicazione.
Dopo qualche minuto, arrivai in una radura; i piedi iniziavano ad affondare, a causa di un terreno melmoso, simile ad una palude.
mi fermai, guardandomi intorno: vidi, non lontano, un pontile di legno ; un cartello, quasi completamente invaso dalla ruggine, avvertiva che l’ultima partenza del traghetto era fissata per le ore 24 del 12/ 12/ 2012.
Non vi era nessuna informazione sulle tappe intermedie del viaggio, ne‘ sulla destinazione finale.
Ad un tratto udii in lontananza il borbottio di un motore che ando’ via via aumentando e divenne ancora piu’ deciso quando, dietro una insenatura, comparve una imbarcazione che fece rotta verso il pontile.
Era una imbarcazione a vapore, di quelle che oggi si vedono soltanto su antiche stampe.
riconobbi nel pilota il sig G e, alzando il braccio, risposi al suo cenno di saluto.
Il sole era gia’ tramontato e il bagliore di una luna ai tre quarti, permetteva di distinguere soltanto le ombre dei passeggeri che, aiutandosi reciprocamente, sbarcarono dal battello
La fila era aperta da tre figure che si tenevano per mano guidati dal ticchettio di un bastone.
Non fu difficile riconoscere i tre guys delle torri gemelle.
Dietro di loro incrociai’ lo sguardo intenso di Carla.
Fu poi la volta di Rotolo, seguito da Gelsomina, la volpe che spesso la sera era stata avvistata in fondo alla vigna.
Per ultimo scese Raffaello .
Sono felice che tu sia qui questa sera esordi’ il sig G
Come vedi ho convocato qui alcuni tuoi amici: ognuno di loro, con i propri con i propri racconti ti ha procurato, in diversi modi, emozioni capaci di sfidare l’oblio del tempo.
Ora tutti ti chiedono di unirti a noi nel viaggio che abbiamo deciso di intraprendere.
Dove siete diretti e quanto dista la meta domandai
Non tornare indietro e non preoccuparti di portare con te alcunche’, perche’ non avrai bisogno di nulla .
rispose il sig G
Un applauso di incoraggiamento da parte dei passeggeri sottolineo’ quell’invito .
La curiosita’ prevalse sullo stupore e con un cenno del capo mostrai di accettare quella proposta .
L’imbarcazione prese il largo, dirigendo la prua nella stessa direzione dalla quale era arrivata.
Non e’ dato conoscere quanto duro’ il viaggio, perche non vi era una sequenza di giorno e di notte, ma la luce era costante, come in una notte polare.
Il paesaggio assumeva caratteristiche simili a quelle di una tundra; nessuna forma di vita popolava quelle regioni.
La nebbia, che ci aveva accompagnato per quasi tutto il viaggio, si era sollevata e permetteva di osservare, non lontano, una collina, che il sig G indico’ come la meta da raggiungere.
Ci avviammo per un sentiero la cui pendenza andava via via aumentando, senza peraltro procurare senso di fatica, come se la forza di gravita’ fosse ridotta.
In breve raggiungemmo l’apice di quel rilievo.
La vista spaziava per chilometri e chilometri, fino all’orizzonte.
Il sig G chiese a tutti di rivolgere lo sguardo verso una stella che sovrastava perpendicolarmente il nostro punto di osservazione.

Trascorse un tempo indefinito ; poi, all’improvviso, si udi’ un rumore lontano, simile ad un tuono, ma molto piu’ cupo, che ando’ via via aumentando finche’ cesso’ del tutto.
Dopo pochi attimi fummo tutti avvolti da una luce intensissima, che riempi’ tutta la volta celeste.
Restammo in silenzio, come in attesa di altri fenomeni.
Non accadde piu’nulla.
Il sig G, indico’il punto dove prima brillava la stella; per miliardi di anni ha regalato albe e tramonti, ora e’ soltanto un corpo buio e freddo, sospiro’
Mi volsi indietro, come per cercare una reazione tra i miei compagni di viaggio, ma nel chiarore discreto dell’alba, scoprii di essere rimasto solo.
Decisi di ritornare verso casa
Man mano che procedevo notai che il paesaggio era diverso da quello attraversato in salita: la maggior parte delle colline erano coltivate a vite e ad ulivo.
Camminai per diverse ore,finche’, uscendo da una radura, mi venne finalmente incontro la fila dei cipressi prospicenti la mia casa.
Affrettai il passo, come colui che cerca,trepidante, conferme ai suoi desideri, ed in breve raggiunsi il cancello; Trapezio si limito’ a scodinzolare, come faceva sempre, al mio ritorno
Tutto era in ordine, e nel camino ardeva ancora il ceppo messo la sera prima.
Ma quanto tempo era trascorso dalla sera prima?
Non poche ore, ma certamente alcuni anni
come potei verificare di quanto fosse avanzata la malattia diagnosticatami : i muscoli del volto esageratamente contratti , il respiro incerto, la voce flebile, la mano tremante.
Desidero ringraziarti disse il sig G per aver risposto a quanto ti ho chiesto; le storie che mi hai raccontato, mi hanno fatto capire che nessun episodio e’ di per se’ emozionante, se manca la nostra disponibilita’ a provare emozioni.
Soltanto chi ha la certezza che dietro le nuvole risplende sempre il sole, e’ capace di provare emozione anche per episodi che, per la maggior parte delle persone, potrebbero risultare banali.
La morte della stella a cui abbiamo assistito ci trasmette un messaggio: tutto ha una fine, anche le cose piu’ belle.
E mi viene in mente quello che una volta lessi in un antico testo indiano, l’upanisad, che recitava “ Na-adevo devam arcayet” “ solo chi e’ un dio puo’ render culto a un dio.
Essere’ dio significa trovare dentro di se’ la disposizione d’animo capace di interagire emotivamente con ogni fenomeno della natura, per vivere , come dice Epicuro, come un dio fra gli uomini.

Guardai in direzione del sig G cercando conforto a quelle parole, ma notai che il suo sguardo era ormai oltre le pareti di quella stanza, oltre le mura di quella casa ,
probabilmente all’ombra di quel vecchio gelso dove ci eravamo incontrati
Un leggero sorriso comparve sul volto del sig G; era riuscito a sconfiggere la paura della morte .
Poco importa se la falce affilata lo avrebbe sorpreso seduto sotto un albero o nel suo letto.

In lontananza udii il vaggito di un neonato, appena entrato nella giostra della vita; chi va e chi viene, con il vestito della festa ed un soldino nelle tasche .

Rimasi solo sul palcoscenico a ringraziare chi mi aveva dato emozioni e a chi io avevo dato emozioni

Giacomo Lasorella

Giacomo Lasorella